Le stime sono vaghe. Il governo venezuelano ha evitato accuratamente informazioni precise. Ma alcune fonti parlano di 16.908 lingotti d’oro, in casse da 500 chilogrammi l’una, per un totale di circa 30 tonnellate di oro, arrivate proprio qualche giorno fa all’aeroporto Simon Bolivar di Caracas. La maggior parte del metallo prezioso proverrebbe dall’Inghilterra, ma anche dalla Francia e da altri paesi, come il Lussemburgo e la Svizzera. Il comandante general Rangel Silva, del Comando Estratégico Operacional, che ha diretto l’operazione denominata “Oro Patrio”, ha illustrato nei dettagli l’eccezionale trasporto che è stato seguito con grande attenzione dai media venezuelani. Circa 500 uomini delle forze speciali, cinque mezzi blindati e diversi mezzi aerei, appositamente preparati, messi come scorta di una ineguagliabile ricchezza in movimento.
All’opinione pubblica sembrava quasi impossibile che Chávez potesse farlo davvero. Ma la decisione era stata presa già in agosto, quando il presidente firmò una legge che nazionalizza lo sfruttamento delle riserve aurifere del paese. In quell’occasione, Chávez aveva detto che a causa delle eccessive turbolenze economiche che affliggevano (e affliggono ancora) l’Europa, era giunto il momento di mettere in salvo “l’oro del nord” spostandolo in nazioni come la Russia, la Cina o il Brasile. I nuovi alleati del governo rivoluzionario del Venezuela.
Il presidente della Banca Nazionale, Nelson Merentes ha spiegato che quello di questi giorni è solo il primo cargo e che l’intera operazione dovrebbe far rientrare quasi l’ 85 % dell’intero tesoro in oro giacente nei depositi all’estero. Oltre al vantaggio finanziario, si tratta di un gesto che assume dei significati simbolici non da poco. Primo tra tutti, quello di una riparazione, di una ferita rimarginata. Come ha spiegato in più occasioni questa settimana lo stesso Chávez, “quell’oro non sarebbe dovuto mai uscire dal paese e farlo rientrare rappresenta innanzitutto un atto di riappropriazione per il popolo venezuelano”.
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